Lele Sarallo racconta il suo ritorno in scena, al Teatro Tor Bella Monaca

Lele Sarallo racconta il suo ritorno in scena, al Teatro Tor Bella Monaca

Il 28 e il 29 gennaio Lele Sarallo porterà nuovamente in scena Scusate il Ritardo. Dopo i precedenti sold out, lo spettacolo torna a Roma, questa volta sul palco del Teatro Tor Bella Monaca, con nuove sorprese pronte ad arricchire la messa in scena. Accanto a Sarallo debutta l'attrice Serena Pistilli, mentre entra nello spettacolo anche il cantante e musicista Mattia Del Forno, che aggiunge una nuova dimensione musicale al ritmo già serrato della comedy. Nella serata del 28 gennaio, inoltre, il pubblico potrà contare sulla presenza speciale di Mirko Frezza, ospite d'eccezione di questa nuova tappa romana. Abbiamo raggiunto Lele Sarallo per fargli qualche domanda e farci raccontare cosa ci aspetta sul palco.
 
“Scusate il Ritardo” gioca sul tempo: il tempo che manca, che si perde, che arriva tardi. Se dovessi dire in una frase che rapporto hai con il tempo, quale sarebbe?
Citando Oscar Wilde ti direi “Era sempre in ritardo, per principio, essendo una delle sue teorie che la puntualità è la ladra del tempo.”  ;-)
 
Porti sul palco personaggi surreali, ma il pubblico dice: “oddio, questo sono io”. Quanto è calcolata questa identificazione e quanto invece nasce per istinto?
Nel mio percorso l'istinto è tutto. C'è anche molta autobiografia, visto che tante cose che rappresento sono ispirate a situazioni che mi sono accadute davvero, soprattutto nei rapporti di coppia.
 
Il teatro oggi compete con scroll, reel, distrazioni continue. Tu come tieni il pubblico “in ostaggio emotivo” per un'ora e mezza senza chiedere il riscatto?
Quanto è vero, purtroppo. Leggevo recentemente che una grande piattaforma di streaming, di quelle che ormai producono anche cinema, chiede agli sceneggiatori di far ripetere la trama nei dialoghi ogni quindici o venti minuti, solo per riattivare l'attenzione dello spettatore. È un segno dei tempi. Hai usato la parola giusta: io il pubblico lo tengo davvero in ostaggio. Soprattutto nella prima parte dello spettacolo, dove con l'Intelligenza Artificiale giochiamo molto sull'interazione. Rompiamo la quarta parete, stiamo addosso a chi guarda, lo rendiamo parte del meccanismo. E dalle repliche precedenti posso dire che funziona: nessuno riesce a scappare. E, per fortuna, nessuno vuole farlo.
 
E proprio parlando di AI, in scena dialoghi con essa. Fuori scena, l'AI sta invadendo tutto. Fa più paura o più ridere?
A me l'AI fa molto ridere. Prova a chiedere ad Alexa per cinque volte di seguito come si dice “guarda il mare” in finlandese e vedi cosa ti risponde. A parte gli scherzi, è una componente ormai fondamentale della nostra società, e evitarla o rinnegare la sua presenza è inutile, oltre che involutivo. Credo che dobbiamo conviverci e trovare un giusto compromesso, guardando e sfruttando al meglio i suoi lati positivi, perché ce ne sono — e non pochi.
 
Hai iniziato come animatore, hai aperto Vasco al Circo Massimo, ora torni in teatro con due sold out. In quale momento hai capito: “ok, non sto più giocando”?
Ho avuto tantissime esperienze artistiche nella mia vita: nei villaggi a 17 anni, le prime serate a 18, la recitazione a 21, il web a 28, fino a portare il mio show prima in radio e poi a teatro dopo la pandemia. Credo di aver capito da subito che non stavo giocando. Dentro di me sapevo che avrei fatto di tutto per far divertire le persone: è il mio dono, ed è il filo che tiene insieme tutto il resto. Non sempre ci sono riuscito — non si può piacere a tutti e il modo di divertirsi cambia continuamente. Come dico spesso, “dura la vita dei comici negli anni del politicamente corretto”. Però so di aver trasmesso energia e risate a chi mi ha seguito fino a oggi, e questo per me conta più di qualsiasi traguardo.

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